{"id":1570,"date":"2019-05-08T14:48:51","date_gmt":"2019-05-08T12:48:51","guid":{"rendered":"https:\/\/cpdp.it\/?page_id=1570"},"modified":"2019-05-16T16:12:20","modified_gmt":"2019-05-16T14:12:20","slug":"michele-bezoari-esperienza-e-racconto-delle-crisi-nella-situazione-analitica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/cpdp.it\/index.php\/2019\/05\/08\/michele-bezoari-esperienza-e-racconto-delle-crisi-nella-situazione-analitica\/","title":{"rendered":"Michele Bezoari: &#8220;Esperienza e racconto delle crisi nella situazione analitica&#8221;"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-text-color has-accent-color\"><strong>Relazione presentata al\u00a01\u00b0 Congresso del Centro Psicoanalitico di Pavia\u00a0<em>&#8220;Narrazioni psicoanalitiche delle crisi: descrizione, racconto, risoluzione&#8221;,<\/em>\u00a0Pavia, 9 marzo 2013<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong>C\u2019era una volta \u2026 l\u2019isteria<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Le prime crisi che la psicoanalisi ha incontrato, e in rapporto alle quali si \u00e8 costituita come specifica forma di cura e di conoscenza, sono le crisi isteriche.<\/p>\n\n\n\n<p>Una novit\u00e0 dell\u2019approccio psicoanalitico all\u2019isteria, forma morbosa che metteva in scacco i paradigmi neurologici e psichiatrici dell\u2019epoca, si pu\u00f2 individuare nell\u2019impiego di una prospettiva narratologica ante litteram. I sintomi isterici, che la semeiotica medica riconduceva a modelli impersonali di funzionamento organico, vengono considerati come espressione di intime vicissitudini della storia personale dei pazienti: vicissitudini inconsce, che si tratta di rendere accessibili alla coscienza per poterli integrare in una adeguata narrazione.<\/p>\n\n\n\n<p>La nota formula freudiana \u201cl\u2019isterica soffre di reminiscenze\u201d sintetizza questa concezione dei sintomi come equivalenti, a livello di espressivit\u00e0 corporea, di ricordi mancanti nel racconto della propria vita che il paziente fornisce al terapeuta: racconto che risulta, perci\u00f2, lacunoso e disarmonico nella sua articolazione.<\/p>\n\n\n\n<p>In tale prospettiva (qui, ovviamente, molto schematizzata) la situazione analitica \u00e8 il luogo dove il terapeuta, grazie a una apposita tecnica dialogica e interpretativa basata sulle libere associazioni, aiuta il paziente a recuperare i ricordi rimossi. Diventano cos\u00ec raccontabili esperienze emotive traumatiche e conflittuali, la cui natura afferisce a quella psicosessualit\u00e0 infantile scoperta e studiata dalla psicoanalisi come contenuto peculiare dell\u2019inconscio.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019enfasi sull\u2019efficacia del \u201crendere conscio l\u2019inconscio\u201d non impediva, gi\u00e0 per Freud, di considerare come altro fattore terapeutico l\u2019atteggiamento di tolleranza e benevola neutralit\u00e0 dell\u2019analista verso moti pulsionali e desideri che il paziente poteva cos\u00ec sperimentare in un contesto relazionale pi\u00f9 accogliente di quello originario, attenuandosi in tal modo l\u2019intensit\u00e0 degli antichi conflitti.<\/p>\n\n\n\n<p>Questo paradigma teorico e tecnico della neonata psicoanalisi and\u00f2 incontro a una profonda crisi \u2212 i cui effetti trasformativi non sono ancor oggi esauriti \u2212 in occasione del trattamento di una giovane paziente, chiamata Dora. Il caso \u00e8 diventato celebre come la prima esperienza analitica descritta da Freud in modo dettagliato, producendo un testo che, con sua stessa sorpresa, risult\u00f2 pi\u00f9 simile a un racconto che a un tradizionale resoconto clinico.<\/p>\n\n\n\n<p>Scelto da Cesare Segre (1984) per un magistrale studio narratologico dello stile espositivo di Freud, il caso di Dora rappresenta anche per il lettore psicoanalista un testo esemplare, che mostra gi\u00e0 nella forma il travaglio di ripensamenti a cui l\u2019autore lo ha sottoposto nei diversi tempi della sua composizione.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019analisi della diciottenne inviata a Freud dal padre per disturbi isterici, iniziata nell\u2019autunno del 1900 e interrotta dalla paziente dopo soli tre mesi, anche all\u2019epoca risultava troppo breve e incompleta per costituire un modello di trattamento da presentare alla comunit\u00e0 scientifica. Ma Freud ne fu in un primo tempo abbastanza soddisfatto, perch\u00e9 la considerava una buona conferma clinica delle sue ipotesi riguardo la natura dell\u2019isteria e, pi\u00f9 specificamente, il posto che l\u2019interpretazione dei sogni poteva avere nella cura, come egli era allora molto interessato a dimostrare. A ci\u00f2 si aggiunga l\u2019impressione \u00ad\u2212 registrata da Freud nella prima stesura del lavoro \u2212 che gli effetti terapeutici, bench\u00e9 parziali, fossero stati abbastanza utili per consentire alla paziente un deciso miglioramento della sua vita, testimoniato anche dalla notizia (rivelatasi poi non vera) di un felice matrimonio.<\/p>\n\n\n\n<p>I motivi di insoddisfazione e di ripensamento emersero via via nei quasi cinque anni trascorsi dal primo resoconto della storia clinica alla pubblicazione dell\u2019articolo. Se ancor oggi li possiamo cogliere con particolare vividezza \u00e8 grazie alla scelta stilistica operata da Freud che, invece di riscriverlo, mantenne invariato il testo originario, integrandolo con note a pi\u00e8 di pagina (alcune delle quali aggiunte anche dopo la prima pubblicazione) e con un corposo poscritto.<\/p>\n\n\n\n<p>Il principale motivo di cruccio, insieme clinico e teorico, per il Freud supervisore di se stesso al lavoro con Dora, consiste nella sua incapacit\u00e0 a riconoscere tempestivamente il transfert per poterlo interpretare e utilizzare ai fini della cura.<\/p>\n\n\n\n<p>Al tempo dell\u2019analisi di Dora Freud aveva gi\u00e0 formulato il concetto di transfert, ma non lo considerava ancora un elemento essenziale del processo terapeutico. Per&nbsp;<em>transfert<\/em>&nbsp;egli intendeva, fino ad allora, un \u201cfalso nesso\u201d associativo, tale per cui la carica pulsionale di una rappresentazione inconscia rimossa viene spostata su un\u2019altra rappresentazione pi\u00f9 \u201cinnocente\u201d e perci\u00f2 accessibile al preconscio (Barale, 1993). Il trasferimento sulla persona del medico di desideri e timori originariamente vissuti in rapporto a figure significative dell\u2019infanzia sarebbe, in questa ottica, un caso particolare di falso nesso.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma il transfert che l\u2019analista Freud sperimenta con Dora, scoprendolo drammaticamente solo nel poscritto, \u00e8 qualcosa di nuovo e ben diverso.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cL\u2019interpretazione dei sogni, l\u2019estrazione dei pensieri e dei ricordi inconsci dalle associazioni del malato\u201d erano, in fondo, \u201cprocedimenti di traduzione\u201d, che un buon analista poteva apprendere con relativa facilit\u00e0 nella sua preparazione tecnica; \u201cin essi lo stesso paziente fornisce sempre il testo. Il transfert, invece, dev\u2019essere intuito dal medico senza l\u2019aiuto del malato, sulla base di piccoli indizi e guardandosi dai giudizi arbitrari\u201d. (Freud, 1901, 397). Poich\u00e9, come \u00e8 avvenuto nel caso di Dora, il paziente \u201c<em>mette in atto<\/em>&nbsp;una parte essenziale dei suoi ricordi e delle sue fantasie, invece di riprodurla nella cura\u201d (<em>ibid.<\/em>, 399, corsivo originale).<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cIn altri termini [\u2026] esperienze psichiche precedenti riprendono vita, non per\u00f2 come stato passato, ma come relazione attuale con la persona del medico\u201d. E ci\u00f2 pu\u00f2 avvenire \u201cappoggiandosi su una qualche particolarit\u00e0 reale, abilmente utilizzata, della persona del medico o del suo ambiente\u201d (<em>ibid.<\/em>, 397).<\/p>\n\n\n\n<p>Concentrato, per sua stessa ammissione, nell\u2019interpretare il materiale portato da Dora, inclusi i sogni, nel senso indicatogli dalle sue ipotesi patogenetiche, Freud non si accorse in tempo che quello che si stava riproducendo nella cura non era un conflitto interno di Dora suscitato dal suo desiderio edipico verso il padre e verso gli uomini che lo rappresentavano transferalmente (il signor K., lo stesso Freud), bens\u00ec il rapporto conflittuale con un genitore \u2013 forse dai tratti pi\u00f9 materni che paterni \u2212 vissuto da Dora come non autenticamente affezionato e interessato a lei bambina, perch\u00e9 troppo occupato dai suoi interessi nel mondo degli adulti (Lopez, 1967; Regazzoni Goretti, 2006).<\/p>\n\n\n\n<p>E\u2019 noto che nei successivi sviluppi del pensiero freudiano il transfert, presentatosi nel caso di Dora come \u201cil pi\u00f9 grave ostacolo per la psicoanalisi\u201d, ne diventa \u201cil miglior alleato\u201d, in quanto rende \u201cl\u2019inestimabile servizio\u201d di attualizzare sul terreno della relazione analitica quei conflitti infantili patogeni sepolti nell\u2019inconscio e altrimenti inaccessibili, consentendo al paziente e all\u2019analista di sperimentarli e trattarli a caldo, dal vivo. Ne consegue una nuova visione del processo terapeutico in psicoanalisi, che ha nel concetto freudiano di \u201cnevrosi di transfert\u201d un elemento centrale: solo assumendo la forma di fenomeni transferali la malattia del paziente pu\u00f2 diventare oggetto di cura. Si afferma il principio che \u201cnessuno pu\u00f2 essere battuto&nbsp;<em>in absentia<\/em>&nbsp;o&nbsp;<em>in effigie<\/em>\u201d (Freud, 1912a, 531, corsivi originali).<\/p>\n\n\n\n<p>Tuttavia, anche dopo questa svolta teorica e tecnica Freud non cess\u00f2 di far notare la delicatezza e l\u2019impegno del compito con cui l\u2019analista deve cimentarsi quando si manifestano in seduta gli effetti emotivi pi\u00f9 intensi del transfert. Il lieto fine della guarigione non \u00e8 affatto garantito e talvolta la riaccensione di turbolenti moti dell\u2019animo pu\u00f2 mettere a repentaglio la tenuta della relazione analitica.<\/p>\n\n\n\n<p>Il caso di Dora rappresenta un monito della drammatica sfasatura che pu\u00f2 verificarsi, anche per il miglior analista, tra l\u2019esperienza del transfert e il suo riconoscimento come premessa dell\u2019elaborazione terapeutica. Il fattore essenziale da cui dipende questo differimento della consapevolezza \u00e8 riconducibile a un concetto che, affacciatosi appena nell\u2019opera di Freud, anche nella psicoanalisi postfreudiana ha trovato tardi e a fatica il posto che gli spettava: il&nbsp;<em>controtransfert<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Rileggendo oggi il caso di Dora appare con molta evidenza qualcosa che solo in tempi successivi \u00e8 diventato visibile nella comunit\u00e0 analitica senza creare troppo imbarazzo per la rispettabilit\u00e0 scientifica e clinica della psicoanalisi. Cio\u00e8, il fatto che Freud con Dora mise in atto inconsciamente proprio quel ruolo genitoriale patogeno che la paziente gli attribuiva nel transfert.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019inquietante asserzione freudiana che, dopo la scoperta dell\u2019inconscio, \u201c<em>l\u2019Io non \u00e8 padrone in casa propria<\/em>\u201d (Freud, 1916, 663, corsivo originale) va dunque integrata con un corollario non del tutto previsto (pur essendo logicamente, oltre che eticamente, ineccepibile), che si potrebbe formulare cos\u00ec:&nbsp;<em>l\u2019analista non \u00e8 padrone nella stanza di analisi<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Cent\u2019 anni dopo<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Facendo fare al mio discorso un salto temporale, tratter\u00f2 ora alcuni aspetti del pensiero psicoanalitico odierno guardandoli come tentativi di elaborazione della crisi aperta dal caso di Dora, oltre che come contributi allo sviluppo di una disciplina che abbiamo ereditato da Freud in uno stato di vitale incompletezza.<\/p>\n\n\n\n<p>Un problema di ardua soluzione e tuttora fonte di controversie \u00e8 quello di integrare nella teoria e nella tecnica della&nbsp;<em>talking cure<\/em>&nbsp;analitica quella dimensione di&nbsp;<em>messa in atto<\/em>&nbsp;che aveva portato all\u2019interruzione dell\u2019analisi di Dora.<\/p>\n\n\n\n<p>La riflessione postfreudiana si \u00e8 fermata a lungo sull\u2019antitesi parlare\/agire. In questa coppia di opposti l\u2019azione era considerata una minaccia alla comunicazione analitica. Se poteva essere accettabile nel paziente, purch\u00e9 in misura contenuta, come espressione della sua patologia, lo era assai meno nell\u2019analista, la cui presenza in seduta doveva coincidere idealmente con una funzione ermeneutica esercitata sul testo prodotto dal paziente per svelarne i significati inconsci.<\/p>\n\n\n\n<p>Nonostante il richiamo di Lacan (1953) alla natura della parola come \u201ccorpo sottile\u201d, ma sempre corpo \u00ad\u2212 espressione che riecheggia quella classica di Gorgia (1) \u2212 le idee sul linguaggio a cui gli psicoanalisti, compreso lo stesso Lacan, generalmente si riferivano erano mutuate dalla linguistica strutturale saussuriana, incentrata sul rapporto significante\/significato e sullo studio della lingua come sistema di segni.<\/p>\n\n\n\n<p>Solo in epoca abbastanza recente la psicoanalisi ha potuto avvalersi delle ricerche di filosofi e linguisti orientati a vedere il linguaggio innanzi tutto come mezzo di comunicazione tra esseri umani, sottolineandone la dimensione pragmatica rispetto a quella semantica e sintattica.<\/p>\n\n\n\n<p>A questo proposito voglio citare tre studiosi pavesi il cui pensiero, nel corso degli anni, \u00e8 stato per me \u2212 e certamente non solo per me \u2212 molto fecondo in tal senso, grazie all\u2019opportunit\u00e0 di avere con loro, in momenti diversi, uno scambio di idee dal vivo. Si tratta di Silvana Borutti (2), Claudia Caffi (3), Michele Prandi (4).<\/p>\n\n\n\n<p>Nel nuovo panorama degli studi sul linguaggio, la consapevolezza che con le parole si possono&nbsp;<em>fare<\/em>&nbsp;molte cose influenza positivamente anche l\u2019indagine sull\u2019esperienza specifica della stanza di analisi dove, secondo la lapidaria (e un po\u2019 ironica) espressione freudiana, \u201cfra paziente e analista non accade nulla, se non che parlano fra loro\u201d (Freud, 1926, 355).<\/p>\n\n\n\n<p>La presenza dell\u2019analista come persona e la sua partecipazione all\u2019incontro con il paziente in modi non certo riducibili a una pura funzione ermeneutica sono oggi generalmente riconosciute e accettate nella comunit\u00e0 analitica senza troppe difficolt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Quella che, pur essendo innegabile, continua a suscitare problemi teorici e tecnici mai del tutto risolti \u00e8 la componente inconscia di tale partecipazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Con la nota metafora del telefono (5) Freud assegna all\u2019inconscio dell\u2019analista una parte essenziale del lavoro terapeutico: ricevere ci\u00f2 che proviene dall\u2019inconscio del paziente e trasformarlo in messaggi coscienti. Pur non avendo sviluppato nella sua opera questo importante assunto, egli ipotizza quale dotazione naturale della psiche umana una forma di \u201cintelligenza inconscia\u201d in grado di cogliere le espressioni emotive dell\u2019inconscio altrui anche senza averne consapevolezza.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci lascia oggi un po\u2019 perplessi il fatto che, nell\u2019uso freudiano della metafora, il telefono dell\u2019analista venga considerato un apparecchio solo ricevente e non, come sarebbe logico aspettarsi, anche trasmittente. Questa restrizione va, probabilmente, ricondotta alle preoccupazioni di Freud per il controtransfert, impostosi alla sua attenzione in quegli stessi anni quale disturbo prodotto nel terapeuta da sue problematiche inconsce non risolte, che possono dar luogo in seduta a distorsioni percettive, macchie cieche e reazioni emotive incontrollate.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa duplice e contraddittoria potenzialit\u00e0 attribuita all\u2019inconscio dell\u2019analista (strumento di lavoro ma anche fonte di possibili interferenze) rende ragione della difficolt\u00e0, protrattasi a lungo anche dopo Freud, ad ammettere come inevitabile, anche per l\u2019analista meglio preparato e pi\u00f9 esperto, una certa quota di interazione con il paziente che, proprio perch\u00e9 inconscia, non pu\u00f2 essere subito riconosciuta e padroneggiata.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci\u00f2 implica per l\u2019analista la predisposizione a trovarsi coinvolto in dinamiche relazionali di cui diverr\u00e0 consapevole, se tutto va bene, solo a distanza di tempo e dopo un\u2019adeguata elaborazione. Questa condizione di \u201cnon sapere ancora\u201d (Bollas, 1987), che richiede l\u2019esercizio della \u201ccapacit\u00e0 negativa\u201d di cui parla Bion, riguarda non solo ci\u00f2 che il paziente prova e pensa, ma anche chi noi siamo per lui in un certo momento, quale ruolo stiamo inconsciamente personificando. Persino l\u2019interpretazione che consideriamo, al momento di enunciarla, la pi\u00f9 corretta e puntuale, potr\u00e0 successivamente rivelarsi uno dei modi in cui abbiamo piuttosto \u201cinterpretato\u201d \u2212 cio\u00e8 messo in atto \u2212 un ruolo.<\/p>\n\n\n\n<p>Il termine tedesco&nbsp;<em>agieren<\/em>, con cui Freud designa la&nbsp;<em>messa in atto<\/em>&nbsp;del transfert, ha gi\u00e0 nel suo alone semantico una connotazione teatrale. Altrettanto si pu\u00f2 dire per il suo equivalente inglese&nbsp;<em>acting out<\/em>, che tuttavia \u00e8 stato a lungo usato in psicoanalisi pi\u00f9 nella accezione negativa di agito-scarica, contrapposto al pensiero e alla simbolizzazione. Il pi\u00f9 recente termine angloamericano&nbsp;<em>enactment<\/em>&nbsp;(Filippini e Ponsi, 1993) valorizza invece, in un mutato contesto teorico-clinico, la dimensione potenzialmente espressiva del fenomeno e, nello stesso tempo, la sua matrice relazionale, che coinvolge sia il paziente sia l\u2019analista.<\/p>\n\n\n\n<p>La metafora teatrale, come ha ben evidenziato Fausto Petrella (2010), svolge una funzione importante nella costruzione della teoria psicoanalitica e serve, tra l\u2019altro, a compensare un modello dell\u2019esperienza clinica altrimenti a rischio di appiattirsi troppo sul testo dello scambio verbale.<\/p>\n\n\n\n<p>Riconoscere che la messa in atto nella situazione analitica pu\u00f2 costituire un passaggio verso la pensabilit\u00e0 e la narrazione cosciente non significa, comunque, dare per scontato n\u00e9 automatico un simile sviluppo, che \u00e8 invece la meta di uno specifico e talvolta arduo lavoro terapeutico. Questo lavoro di rappresentazione e trasformazione \u00e8 sempre esposto al rischio che Freud (1914) segnalava nel suo saggio sull\u2019amore di transfert, cio\u00e8 di doversi interrompere per il pericolo di incendio nel teatro, provocato da cortocircuiti di natura non soltanto amorosa. D\u2019altronde, \u00e8 per l\u2019analista una componente essenziale della sua funzione quella di lasciarsi coinvolgere, entro i limiti del setting, in dinamiche emotive ancora ignote e impensabili, perch\u00e9 solo attualizzandosi sulla scena analitica come esperienza condivisa il dramma personale del paziente pu\u00f2 essere compreso e riaperto a nuovi sbocchi.<\/p>\n\n\n\n<p><em><strong>De nobis fabula narratur<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Date queste premesse, non \u00e8 sorprendente che Bion guardi alla seduta analitica come a un incontro tra due persone spaventate, entrambe esposte all\u2019incertezza e alla turbolenza di emozioni ancora senza nome che si attivano tra loro.<\/p>\n\n\n\n<p>E\u2019 proprio collegandosi a questa prospettiva che Dario De Martis (1982) ricorre al concetto di&nbsp;<em>crisi<\/em>per definire una caratteristica immanente della situazione analitica. Con il suo stile personale, ben noto a chi lavorava con lui, De Martis si mostra all\u2019unisono con Bion nel fornirci una visione dell\u2019analisi e dell\u2019analista scevra da edulcorazioni e da facili trionfalismi.<\/p>\n\n\n\n<p>Nessun bagaglio teorico, nessuna raffinatezza tecnica possono evitare all\u2019analista di trovarsi cimentato nell\u2019avventura emotiva e cognitiva di quelle fasi critiche di impasse o di burrascosa instabilit\u00e0 che caratterizzano i passaggi decisivi dell\u2019analisi, specialmente \u2212 ma non solamente \u2212 con i pazienti cosiddetti \u201cgravi\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Utilizzando il concetto bioniano di cambiamento catastrofico, De Martis sottolinea che solo attraversando questi frangenti si pu\u00f2 aprire la via a un processo di autentica trasformazione e crescita psichica. In ci\u00f2 le sue idee sono in sintonia anche con quelle di un altro grande psichiatra e psicoanalista, quasi suo coetaneo e scomparso nello stesso anno (1996), cio\u00e8 P.-C. Racamier, il quale nei suoi lavori parla di crisi necessaria, nella cura analitica cos\u00ec come nel percorso vitale degli esseri umani.<\/p>\n\n\n\n<p>Una linea di pensiero convergente con quella di Bion, scaturita dal pieno riconoscimento del fatto che in analisi si incontrano due soggetti con le rispettive componenti inconsce della personalit\u00e0, porta W. e M. Baranger a formulare un modello teorico-clinico che configura la situazione analitica come&nbsp;<em>campo<\/em>&nbsp;<em>bipersonale<\/em>. Ci\u00f2 implica, tra l\u2019altro, che la fantasia inconscia messa in atto nella seduta non va pi\u00f9 intesa come appartenente solo al mondo interno del paziente, ma come una nuova entit\u00e0 creata dai due membri della coppia (analogamente a quanto accade nei gruppi).<\/p>\n\n\n\n<p>In quest\u2019ottica il concetto freudiano di nevrosi di transfert viene riformulato valorizzandone appieno la centralit\u00e0 nel processo della cura (Bezoari, 2002). Riconoscendo il suo inevitabile versante controtransferale, la forma di relazione patologica in cui il paziente coinvolge l\u2019analista \u00e8 a sua volta intesa come un prodotto della coppia e costituisce quella malattia del campo bipersonale che sar\u00e0 l\u2019oggetto specifico dell\u2019elaborazione terapeutica. Soltanto cos\u00ec la malattia di cui soffre il paziente pu\u00f2 entrare nella situazione analitica diventando esperienza condivisa.<\/p>\n\n\n\n<p>I Baranger chiamano \u201cbastione\u201d questo tipo di neoformazione inconscia che tende a bloccare il libero flusso dei pensieri e delle emozioni tra paziente e analista, determinando una crisi del precedente assetto di lavoro della coppia analitica. Mi soffermer\u00f2 pi\u00f9 avanti sulle risorse a cui analista e paziente possono attingere per superare questo genere di crisi. Qui vorrei sottolineare che lo scioglimento emotivo e cognitivo di ci\u00f2 che prima era inconsciamente agito nel bastione \u00e8 un evento che modifica l\u2019assetto del campo, dando luogo a nuove configurazioni relazionali che, a loro volta, potranno generare nuovi bastioni.<\/p>\n\n\n\n<p><em>La situazione analitica \u00e8 quindi predisposta a essere la sede di quelle crisi che il paziente ha bisogno di attraversare insieme all\u2019analista per poter risolvere i blocchi patogeni che producono sofferenza e condizionano la sua vita psichica.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Nell\u2019ottica di campo anche l\u2019elaborazione terapeutica delle crisi \u00e8 concepita come una funzione della coppia e non del solo analista.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando Bion dice che \u201cil paziente \u00e8 il miglior collega\u201d allude a qualcosa di pi\u00f9 del tradizionale concetto di alleanza terapeutica. Se pu\u00f2 essere tollerabile un certo grado di collusione inconscia tra paziente e analista nel mettere in atto le forme relazionali patogene, \u00e8 perch\u00e9 esiste tra loro anche una cooperazione inconscia tesa a rendere pensabile e raccontabile quanto viene agito a livello emotivo profondo. Anche all\u2019inconscio del paziente vanno riconosciute le capacit\u00e0 di percezione dell\u2019esperienza vissuta nell\u2019incontro con l\u2019altro che Freud valorizzava nell\u2019analista con la metafora del telefono, considerandole tuttavia ubiquitarie negli esseri umani.<\/p>\n\n\n\n<p>Alla base di tali competenze c\u2019\u00e8 quella che Bion ha chiamato funzione alfa, cio\u00e8 un tipo basilare di lavoro onirico, sempre attivo anche nella veglia, che trasforma le emozioni in elementi protosimbolici (gli elementi alfa) utilizzabili per sognare e per pensare.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019ascolto dell\u2019analista sar\u00e0 dunque aperto a cogliere nelle comunicazioni del paziente non solo gli indizi sintomatici del transfert, ma anche i segnali dell\u2019esperienza emotiva in corso tra loro.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec come per il racconto dei sogni notturni, tutte le espressioni verbali di questa attivit\u00e0 onirica diurna hanno una dimensione intrinsecamente narrativa, quale che sia il genere del discorso manifesto (ricordo, descrizione, riflessione, ecc.). Esse condividono, infatti, la natura di&nbsp;<em>narrazione originaria<\/em>&nbsp;(Ferrari e Garroni, 1987): quella dei miti, quella che d\u00e0 forma al mondo, come accade tipicamente nell\u2019infanzia e come pu\u00f2 accadere anche nella vita adulta ogni volta che un\u2019emozione prima solo sofferta e inconsciamente agita viene simbolizzata e resa comunicabile all\u2019interno di una relazione intersoggettiva.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Narrativa<\/em>&nbsp;si pu\u00f2 anche chiamare, in un\u2019accezione pi\u00f9 estesa, la propriet\u00e0 del dialogo analitico che consente, oltre alla comunicazione di significati, un transito di affetti tra i parlanti, cos\u00ec che il nuovo senso emergente \u00e8 il frutto di un&nbsp;<em>sentire insieme<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando emergono nel dialogo tra paziente e analista rappresentazioni che si rivelano efficaci a simbolizzare l\u2019esperienza emotiva in atto nella coppia e fino ad allora non riconosciuta, l\u2019origine di tali rappresentazioni non \u00e8 facilmente riconducibile all\u2019uno o all\u2019altro come individui separati.<\/p>\n\n\n\n<p>Una ventina d\u2019anni or sono, con Antonino Ferro abbiamo definito&nbsp;<em>aggregati funzionali<\/em>&nbsp;questi elementi che si generano nel campo analitico. \u201cAggregati\u201d per significarne la natura composita, frutto della cooperazione \u2212 inconscia e preconscia prima che conscia \u2212 tra paziente e analista; \u201cfunzionali\u201d in quanto idonei a rappresentare ci\u00f2 che sta avvenendo tra loro a livello di scambi emotivi profondi. Abbiamo anche paragonato ad ologrammi queste figure virtuali prodotte dalla convergenza di due fonti di visione onirica, che si animano nello spazio intersoggettivo della seduta dando forma ai personaggi necessari per lo sviluppo del racconto analitico (Bezoari e Ferro, 1991; Ferro, 2009).<\/p>\n\n\n\n<p>Noto, per inciso, che in questa prospettiva le differenze teoriche e tecniche fra i concetti di interpretazione, costruzione, narrazione si attenuano fino a risolversi nel concetto pi\u00f9 generale, utilizzato da Bion (1965), di&nbsp;<em>trasformazione<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Parafrasando Francesco Corrao (che fu tra i primi a introdurre in Italia il pensiero di Bion e che ha proposto un\u2019originale versione del modello di campo), analista e paziente sono quindi \u201ccoautori della produzione narrativa in analisi\u201d, cos\u00ec come sono \u201ccoattori nei momenti drammatici\u201d delle crisi che possono attraversare (1987, 62). Va detto che la responsabilit\u00e0 dell\u2019analista non \u00e8 perci\u00f2 diminuita, restando egli il garante del buon funzionamento dell\u2019intero dispositivo analitico a beneficio del paziente.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche il polo ermeneutico dell\u2019interpretazione non \u00e8 disgiunto da una componente narrativa, a prescindere dalla forma della sua enunciazione. Per essere assimilata dal paziente e produrre effetti mutativi l\u2019interpretazione analitica non pu\u00f2, infatti, limitarsi a svelare contenuti psichici prima inaccessibili alla coscienza, ma deve recare in s\u00e9 le tracce delle specifiche vicissitudini condivise da quel paziente e da quell\u2019analista per giungere alla pensabilit\u00e0 di quei contenuti. Anche quando tende a configurare aspetti del mondo interno del paziente, il principale criterio di verit\u00e0 dell\u2019interpretazione analitica (Gaburri, 1987) sta nella sua corrispondenza a ci\u00f2 che viene coesperito nell\u2019incontro tra le due menti, piuttosto che ad altri livelli di realt\u00e0 storica o fattuale.<\/p>\n\n\n\n<p>Pur nascendo nell\u2019<em>hic et nunc<\/em>&nbsp;della seduta, il racconto analitico non \u00e8 mai \u201cin diretta\u201d, ma sempre \u201cin differita\u201d. La sua specifica dimensione temporale \u00e8 la freudiana&nbsp;<em>Nachtr\u00e4glichkeit<\/em>, l\u2019<em>apr\u00e8s-coup<\/em>dei francesi, che stabilisce la&nbsp;<em>posteriorit\u00e0<\/em>&nbsp;del senso rispetto all\u2019evento. Ci\u00f2 comporta l\u2019inevitabile ritardo (talora breve, spesso abbastanza lungo) con cui analista e paziente possono avere consapevolezza di quanto sta accadendo inconsciamente nel loro incontro.<\/p>\n\n\n\n<p>Paragonando la realt\u00e0 psichica a un universo in continua espansione, Bion dice che l\u2019analista deve prepararsi a tollerare che, anche quando giunge con il paziente alla migliore delle interpretazioni possibili, \u201cappena egli ha finito di parlare l\u2019universo si \u00e8 gi\u00e0 espanso al di l\u00e0 della sua vista\u201d (1973, 121).<\/p>\n\n\n\n<p>Il tempo psichico del racconto nella situazione analitica \u00e8, dunque, un tempo&nbsp;<em>imperfetto<\/em>, cos\u00ec come la sua struttura narrativa \u00e8 sempre&nbsp;<em>incompiuta<\/em>. Ma questi limiti sono anche funzionali alle finalit\u00e0 terapeutiche dell\u2019analisi.<\/p>\n\n\n\n<p>Giuseppe Di Chiara (1992) identifica tre fattori fondamentali dell\u2019esperienza analitica designandoli come \u201cl\u2019incontro, il racconto, il commiato\u201d. Poich\u00e9 mi sembra che quanto ho esposto fin qui si possa collegare ai primi due fattori, vorrei soffermarmi brevemente sul terzo.<\/p>\n\n\n\n<p>Il&nbsp;<em>commiato<\/em>&nbsp;non \u00e8 solo riferibile alla fase finale dell\u2019analisi, ma corrisponde a una qualit\u00e0 di separatezza che l\u2019analista deve garantire fin dall\u2019inizio, anche nei momenti di massima intimit\u00e0 dell\u2019incontro, per salvaguardare e far sviluppare il senso di irriducibile soggettivit\u00e0 del paziente nel rapporto con l\u2019altro da s\u00e9 e con l\u2019altro dentro di s\u00e9.<\/p>\n\n\n\n<p>E\u2019 auspicabile che il paziente, dopo avere soggiornato per il tempo necessario nella \u201cintima stanza\u201d dell\u2019analisi (come poeticamente l\u2019ha definita Giuseppe Civitarese), se ne allontani sentendosi il pi\u00f9 possibile libero ed emancipato anche rispetto al legame di dipendenza dall\u2019analista.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019incompiutezza del racconto analitico non \u00e8 dunque un difetto, perch\u00e9 lascia aperto uno spazio virtuale in cui il paziente potr\u00e0 mettere a frutto le sue competenze mitopoietiche arricchite nel corso dell\u2019analisi, diventando a pieno titolo autore e narratore in prima persona della propria autobiografia emotiva come&nbsp;<em>work in progress<\/em>, il cui finale coincider\u00e0 con il limite dell\u2019esistenza.<\/p>\n\n\n\n<p>NOTE<\/p>\n\n\n\n<p>(1) \u201c[\u2026] la parola \u00e8 un gran dominatore, che con piccolissimo corpo e invisibilissimo, divinissime cose sa compiere; riesce infatti e a calmar la paura, e a eliminare il dolore, e a suscitare la gioia, e ad aumentar la piet\u00e0.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p>Gorgia, Encomio di Elena, trad. di M. Timpanaro Cardini. In&nbsp;<em>I presocratici<\/em>, Bari, Laterza, 1990, 929-930.<\/p>\n\n\n\n<p>(2) In un libro sul&nbsp;<em>significato<\/em>, pubblicato nel 1983, S. Borutti esponeva una prospettiva filosofica di ampio respiro sugli \u201catti di discorso\u201d nel contesto dei rapporti intersoggettivi. La lettura di questo libro mi fu di grande utilit\u00e0 per impostare, alcuni anni dopo, un lavoro di riflessione teorico-clinica sulle modalit\u00e0 di costruzione del senso nell\u2019incontro analitico (Bezoari e Ferro, 1990).<\/p>\n\n\n\n<p>(3) C. Caffi porta avanti da tempo una ricerca orientata a includere nell\u2019approccio pragmatico gli aspetti psicologici dell\u2019interazione verbale, con particolare riguardo alle componenti emotive. Dedicando uno specifico interesse alle relazioni terapeutiche, il suo percorso ha suggestive intersezioni con la psicoanalisi, come risulta chiaro dal concetto organizzatore del suo libro sulla&nbsp;<em>mitigazione<\/em>&nbsp;(2000), che la stessa autrice collega, tra l\u2019altro, con il tema psicoanalitico della modulazione interpretativa (trattato, ad esempio, da Meltzer in un noto scritto su&nbsp;<em>temperatura<\/em>&nbsp;e&nbsp;<em>distanza<\/em>&nbsp;come dimensioni tecniche dell\u2019interpretazione).<\/p>\n\n\n\n<p>(4) Di M. Prandi ricordo, in particolare, un bell\u2019articolo (di cui ho introdotto la pubblicazione sulla rivista&nbsp;<em>Psiche<\/em>, 1996) centrato sull\u2019idea che il significato dell\u2019espressione linguistica funge nella comunicazione come indice di un messaggio che pu\u00f2 essere correttamente interpretato dal destinatario solo riferendolo alla situazione condivisa dagli interlocutori.<\/p>\n\n\n\n<p>(5) \u201c[Il medico] deve rivolgere il proprio inconscio come un organo ricevente verso l\u2019inconscio del malato che trasmette; deve disporsi rispetto all\u2019analizzato come il ricevitore del telefono rispetto al microfono trasmittente. Come il ricevitore trasforma in onde sonore le oscillazioni elettriche della linea telefonica che erano state prodotte da onde sonore, cos\u00ec l\u2019inconscio del medico \u00e8 capace di ristabilire a partire dai derivati dell\u2019inconscio che gli sono comunicati, questo stesso inconscio che ha determinato le associazioni del malato.\u201d (Freud ,1912b, 536-537).<\/p>\n\n\n\n<p><strong>BIBLIOGRAFIA<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Barale F. (1993). Transfert: dalle origini al caso di Dora.&nbsp;<em>Riv.Psicoanal.<\/em>, 39, 481-498.<\/p>\n\n\n\n<p>Baranger M., Baranger W. (1961-1962). La situazione analitica come campo dinamico. In Baranger W. e M.,&nbsp;<em>La situazione analitica come campo bipersonale<\/em>. Milano, Cortina, 1990.<\/p>\n\n\n\n<p>Bezoari M. (2002). La nevrosi di transfert come funzione del campo analitico.&nbsp;<em>Riv.Psicoanal.<\/em>, 48, 889-905.<\/p>\n\n\n\n<p>Bezoari M., Ferro A. (1990). Parole, immagini, affetti. L\u2019avventura del senso nell\u2019incontro analitico. In G. Bartoli (a cura di)&nbsp;<em>In due dietro al lettino. Scritti in onore di Luciana Nissim Momigliano.<\/em>Castrovillari, Teda Edizioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Bezoari M., Ferro A. (1991). Percorsi nel campo bipersonale dell&#8217;analisi: dal gioco delle parti alle trasformazioni di coppia. In L. Nissim Momigliano e A. Robutti (a cura di),&nbsp;<em>L&#8217;esperienza condivisa<\/em>. Milano, Cortina, 1992.<\/p>\n\n\n\n<p>Bion W.R. (1965).&nbsp;<em>Trasformazioni<\/em>. Roma, Armando, 1973.<\/p>\n\n\n\n<p>Bion W.R. (1973).&nbsp;<em>Seminari brasiliani<\/em>. In&nbsp;<em>Il cambiamento catastrofico<\/em>, Torino, Loescher, 1981.<\/p>\n\n\n\n<p>Bollas C. (1987).&nbsp;<em>L\u2019ombra dell\u2019oggetto<\/em>. Roma, Borla, 1989.<\/p>\n\n\n\n<p>Borutti S. (1983).&nbsp;<em>Significato. Saggio sulla semantica filosofica del \u2018900<\/em>. Bologna, Zanichelli.<\/p>\n\n\n\n<p>Caffi C. (2000).&nbsp;<em>La mitigazione. Un approccio pragmatico alla comunicazione nei contesti terapeutici<\/em>. Pavia, Cooperativa Libraria Universitaria.<\/p>\n\n\n\n<p>Civitarese G. (2008).&nbsp;<em>L\u2019ntima stanza. Teoria e tecnica del campo analitico<\/em>. Roma, Borla.<\/p>\n\n\n\n<p>Corrao F. (1987). Il narrativo come categoria psicoanalitica. In&nbsp;<em>Orme<\/em>, vol.1, Milano, Cortina, 1998.<\/p>\n\n\n\n<p>De Martis D. (1982). La psicoanalisi come situazione di crisi. In&nbsp;<em>Realt\u00e0 e fantasma nella relazione terapeutica. Saggi psicoanalitici<\/em>. Roma, Il Pensiero Scientifico, 1984.<\/p>\n\n\n\n<p>Di Chiara G. (1992). L\u2019incontro, il racconto, il commiato. Tre fattori fondamentali dell\u2019esperienza psicoanalitica. In L. Nissim Momigliano e A. Robutti (a cura di)&nbsp;<em>L\u2019esperienza condivisa<\/em>. Milano, Cortina.<\/p>\n\n\n\n<p>Ferrari A., Garroni E. (1987). La narrazione originaria. La temporalit\u00e0 nella relazione analitica e nel racconto. In E. Morpurgo, V. 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