Recensione di Francesca Gambini
Memorie dal sottosuolo sconta l’inevitabile confronto con i capolavori successivi di Dostoevskij. Nabokov ne fa una critica spietata liquidandolo, in definitiva, come un racconto mediocre. “L’uomo-topo”, scrive nel saggio a commento della novella, “non ha saputo spiegarci le gioie della degradazione e della sofferenza”: è un romanzo che rischia di apparire irrisolto nella sua analisi solo abbozzata delle vicende psicologiche dei personaggi.

Scritto subito dopo la morte della amata moglie e gli anni della prigionia in Siberia, in un periodo di profondo travaglio personale, lo si può considerare après-coup un testo di svolta che apre alla stagione della maturità narrativa dell’autore. Un lavoro preparatorio ai grandi romanzi a venire, nel quale comincia a prendere forma il soggetto dostoevskiano: un uomo contraddittorio, diviso, profondamente tormentato.
Lo stile è asciutto, confessatorio, solipsistico. Si sente la mancanza della mediazione del narratore: una mente che aiuti la mente del personaggio a tridimensionalizzarsi nella mente del lettore.
In breve la trama: un ex impiegato quarantenne vive isolato, in una quasi totale alienazione dal mondo. Un uomo “moralmente schiaffeggiato”, un “colpevole senza colpa”, profondamente danneggiato da qualcosa che gli è accaduto, ma di cui nulla sappiamo.
Il lungo monologo che occupa i primi capitoli ci dà accesso ai patimenti del suo animo pervaso da sentimenti di invidia, vergogna, astiosità acrimoniosa. Bloccato nella sua inerzia, seppellisce se stesso in preda ad un rancore senza fine verso il prossimo: la mente salta da un’immagine all’altra costruendo narrazioni intorno a scene di scherno e derisioni che, ne è certo, scaturirebbero da qualsivoglia contatto con un altro essere umano. In questo scenario la sola difesa contro la rovina definitiva rimane il ritiro in una dimensione privata dov’egli possa crogiolarsi nel suo capriccio sdegnoso, nell’insoddisfazione sconfinata che giunge fino alla ripugnanza, al disgusto e infine all’autocompiacimento per la distruzione di sé e di ogni forma di legame. Le rare interazioni nelle quali si ritrova coinvolto sembrano avere tutte una qualità sadomasochistica.
Il funzionamento a schermo beta, un’attività evacuativa della mente che fa continuamente muro contro la realtà esterna, ha un corrispettivo in quell’atteggiamento esteriore di inesauribile ostilità che lo caratterizza, una cattiveria che ha alla base la mancanza di risonanza con l’altro, l’impossibilità di una reciprocità: una forma di narcisismo grave che difficilmente incontrerebbe tolleranza e comprensione all’interno di un gruppo sociale.
Il sottosuolo diventa il luogo solitario dove ribollono quegli stati della mente, altrove incomunicabili: rappresenta il tentativo di gestire un’esperienza emotiva ingestibile, che rimanda ad un dolore primitivo di portata catastrofica.
E’ l’incontro con la prostituta Liza, nella seconda parte del libro, il cuore emotivo dell’opera. La sola occasione di salvezza per il protagonista, che resterà però non colta.
Nonostante l’impaccio, i silenzi, la confusione che attraversa le menti di entrambi mentre sono l’uno al cospetto dell’altra, qualcosa tra i due accade. Liza piange, gli getta le braccia al collo in un gesto spontaneo di affidamento che trova una insperata corrispondenza: l’abbraccio è ricambiato. Proprio questo contatto imprevisto, l’assaggio di un sentimento di tenerezza, è la miccia che accende un senso di intollerabile umiliazione poiché egli crede di essere stato visto per quel che lui sente di essere: un povero, un misero, un reietto. Non può immaginare uno sguardo benevolo, la compassione diventa orgoglio ferito in un cortocircuito esplosivo che incendia un violentissimo risentimento. “Adesso ti faccio vedere io”, ripete dentro di sé più volte: tenta di riaffermare il controllo compiendo un gesto beffardo, colmo di amarezza e provocatorietà, volto a ribaltare la vulnerabilità in dominio. “Resti unaprostituta”, questo sembra ribadire il denaro che deposita nelle mani di Liza al termine del loro incontro. Annullare l’intimità, attaccare per distruggere quell’abbozzo di legame nascente. Liza si allontana, lasciando il denaro sul tavolo. Un’azione che ha la qualità di un’interpretazione silenziosa il cui effetto, nella mente del protagonista, resta però celato al lettore.
Sappiamo soltanto che l’uomo scende di corsa le scale, in un fugace attimo di pentimento, cercando per le strade Liza, senza più ritrovarla. Apparentemente non c’è redenzione, non c’è riscatto, l’autore ci nega la catarsi perché l’uomo ricade nel suo sottosuolo.
A lettura conclusa, nulla ci vieta di compiere un’operazione immaginativa che costruisca un’alternativa a questo finale senza speranza, prendendo in considerazione la possibilità di una soluzione estetica. Provando a considerare i romanzi di Dostoevskij non come pezzi isolati, singole composizioni che nulla hanno a che vedere l’una con l’altra, ma come parti interconnesse e coimplicate di un’unica opera, avremmo modo di seguire le sorti dei nostri due protagonisti cercandone l’evoluzione nei personaggi dei testi successivi. Ne elenco solamente alcuni: Raskol’nikov, Ippolit, Ivan o, sul versante femminile, Sonja, Nastas’ja, Grusen’ka.
Il lavoro della scrittura costruisce nuove strade su percorsi prima troncati.
Proprio come in un’analisi possono accadere tormentose turbolenze emotive, crolli temporanei del legame e, se siamo fortunati, sull’onda lunga di questo movimento sinusoidale della cura, anche preziosi momenti di riconnessione, alla stessa maniera potrà o, sarebbe più sensato dire, ha già potuto l’opera intera di Dostoevskij trasformare la scissione dell’uomo del sottosuolo attraverso altre molteplici narrazioni, in un’invisibile lavoro di tessitura di tutti quei fili sospesi tra testi, personaggi, scrittore, lettore che è, infine, la cura di un legame interrotto che, a sua volta, è il nucleo di ogni forma di sofferenza.

Francesca Gambini
Psichiatra, psicoanalista associato SPI e IPA.
Ha lavorato a lungo all’interno dell’Istituto Penitenziario di Pavia, occupandosi di pazienti psichiatrici autori di reato.
Ha svolto negli anni progetti istituzionali per l’individuazione precoce di vulnerabilità ed esordio psicotico e per il trattamento psicoterapeutico di disturbi della personalità e del comportamento alimentare.
Dal 2014 esercita attività privata a Pavia.



